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sabato, 17 maggio 2008
A un certo punto ti rendi conto che le cose non dovevano andare così. Che qualcosa nel piano è andato storto, se tra le sette e la una, le tue ore di veglia, ne dedichi quindici al lavoro e tre ai trasporti e ai pasti. E la cosa più inquietante è che in fondo ti piace che sia così: è proprio questo che doveva andare diversamente.
Squilla il telefono in ufficio, il giorno in cui hai deciso di iniziare a tradurre il nuovo romanzo (il tuo primo autore canadese!):
Robi: "Michi, quand'è che avevo detto che dovevi consegnarmelo, Gilmour?"
Tu: [Ho la sensazione che tu lo sappia benissimo, ma starò al gioco.] "Il 15 luglio, mia cara. Perché? C'è qualche problema?"
Robi: "No, se me lo consegni il 30 giugno. Ce la fai?"
Tu: [Mi ero detto di tradurre quattro pagine al giorno fino a metà luglio. Ora ne devo fare cinque. Il carico di lavoro aumenta al ritmo del prezzo dei carburanti, ma...] "Non c'è nessun problema. Anche se odio cancellare le scadenze nell'agenda. Specie se le devo spostare all'indietro."
Robi: "Ehm... Ti compro del bianchetto. Ah, te l'ho già detto che ti adoro?"
Tu: "Non in questa telefonata. Prendo nota. Ricambierei, ma aspetto prima il bianchetto."
Hai avuto una settimana parca di soddisfazioni. Ti salva che hai metabolizzato da tempo la fatica di vivere, e non ci fai più caso. Hai alzato la voce e ti sei chiuso nel silenzio più volte di quante ti farebbe piacere ricordare, e hai scoperto cose sui tuoi sentimenti che non sospettavi nemmeno.
Ora ti stai godendo il bicchierino della staffa davanti al frutto delle ultime sedici ore di lavoro, e stai cercando di dirimere un guazzabuglio di pensieri (che comprendono ma non si limitano a: dove si trova in questo momento il tuo libro preferito, l'importanza dei casi di omonimia, le camicie da notte corte, scollate e trasparenti, l'importanza di finanziare gli studi sul teletrasporto e le favole d'amore spagnole).
Non sei soddisfatto di te, e questo ti rassicura. Non ti senti solo come un mese fa. Ti importa sempre meno del giudizio degli altri, e hai imparato a cucinare la bouillabaisse.
Questa settimana è questo il tuo bottino. Sei grato a qualcuno che non sia fatto, al solito, solo di parole.
giovedì, 15 maggio 2008
Stamattina stavo leggendo il supplemento del Corriere, quando è arrivato il treno. Mi sono visto riflesso nei finestrini, e ho notato una curiosa somiglianza. Tra il giovane camorrista in copertina e il famoso calciatore che reclamizza una marca di occhiali da sole. E mi sono detto che siamo diventati un paese di brutti ceffi. Che non è più necessario nascondere le proprie cattive intenzioni, perché anche la gente perbene indossa un'aura gangsta che fa molto cool. D'altronde, noi esportiamo storie di mafie da sempre, nel cinema e nella letteratura. Da una parte ce ne lamentiamo e dall'altra inglobiamo un cancro sociale nel folklore nazionale.
Le prese di coscienza sono sempre cosa buona, ma questa fa male al cuore. Dopo aver indossato magliette ispanofone che inneggiavano alla cocaina, o che dichiaravano che chi la indossava era un figlio di puttana, ci siamo resi conto di non avere bisogno di importare nulla. Siamo potenzialmente tutti facce da Gomorra.
martedì, 13 maggio 2008
Dottoressa, senti un po'.
Stamattina mi sono svegliato con due gatti sulla schiena. Ho bevuto il secondo caffè venti minuti dopo il primo, andando alla stazione. La gente mi guardava, come a dire "Ma guarda questo" e io sorridevo affabile a tutti, come a rispondere: "Lo so che ho messo i jeans con i buchi sul sedere, ma mi sono ricordato le mutande nere, guardi!"
A scuola ho pontificato su cosa valga la pena di raccontare. Lo so, non è affar mio decidere cose del genere, ma a volte ho la sensazione che diciotto paia di occhi mi guardino con una sola, corale richiesta: dicci che non stiamo perdendo il nostro tempo, qui. E faccio del mio meglio per mandarli a casa con qualcosa che non avevano, che a volte non sapevano esistesse, prima di quella lezione.
Il pomeriggio in ufficio è stato come nuotare nella melassa con le braccia legate dietro alla schiena: troppa gente intorno a me, e il mio lavoro non si può fare esattamente ai mercati generali. Però oggi sono inciampato in un potenziale capolavoro, e l'ho proposto al capo, che lo vuole pubblicare. E ho avuto il brivido. "Il", dottoressa, non "un". Hai mai toccato qualcosa di grezzo, incompleto, ma carico di potenziale, percependo la scossa emotiva di ciò che poteva diventare? Ecco, quello è il brivido. E' la mia sola droga, ed è il motivo per cui mi ostino ancora a fare i libri degli altri, anziché farmi allisciare l'ego dai lettori dei libri che non sto scrivendo.
E poi sono uscito, nel sole irreale di una Milano benedetta dal profumo di coraggiosi fiori nuovi, e mi sono chiesto perché cavolo faccio tutto questo. Perché anziché correre a casa sono andato a comprare un'edizione italiana delle opere di Yeats, per tradurre correttamente l'ex ergo del romanzo che ho finito di tradurre la settimana scorsa. (La ragione è che sono cauto con le parole degli altri ancor più che con le mie.)
E mi sei venuta in mente tu.
Ora, tu salvi vite. Anzi, salvi esistenze. Tu incolli i pezzi di anime spezzate, proteggi la serenità dei bambini. Io sono un giocoliere di parole. Non so dirti quanto ti ammiro, e in un giorno più triste mi sentirei inutile, al confronto con te e ciò che fai.
Solo che oggi mi sono detto che forse anche tu certi giorni hai la sensazione di cercare di curare il cancro con i cerotti, e cerchi un senso alle cose. E siccome mi dici a ogni pié sospinto che ti piace leggermi, forse, e dico forse, se io gioco con le parole giuste, se io ti aspetto alla fine del giorno con questi pensieri, se io quei libri degli altri li faccio bene, se non smette di importarmi tutto questo futile inanellare astrazioni, alla fine di quei giorni tu non avrai poi tanta voglia di cambiare mestiere, e continuerai a essere importante, a fare la differenza che noi vigliacchi con la penna in mano ci sognamo soltanto.
Ecco, oggi lo so, perché non smetto. Per te. E ti dedico spudoratamente questo ringraziamento.
Per le vite che salvi, per quelle che aggiusti, per quelle cui dai senso.
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lunedì, 12 maggio 2008
Mantenere il ciclo del freddo era stato vitale. Assicurarsi che non mancasse mai la corrente, che nessuno, andandosene, lasciasse la porta aperta, che ci fosse sempre un'ombra fresca dentro la quale rintanarsi, proteggersi.
Era così che era riuscito a impedire al suo cuore di sublimare, di evaporare. Di sciogliersi. Sapeva, oltre ogni ragionevole dubbio, che se fosse successo nel momento sbagliato, nel mezzo sbagliato, la sua essenza si sarebbe perduta per sempre.
Aveva fatto di tutto per non far sapere in giro che custodiva un cuore di ghiaccio. Qualcuno avrebbe aperto la porta per venire a vedere. Qualcuno avrebbe deciso di scioglierlo a qualunque costo. Non c'era modo di sapere prima, a freddo, se si trattava della persona giusta. Solo toccando il cuore di ghiaccio si poteva capire. E c'era una sola possibilità. Si sa, le cose scongelate poi o le mangi o le butti. E lui preferiva vivere con la certezza di un cuore di ghiaccio, piuttosto che rischiare di non avere più un cuore.
Un giorno provò un'ebbrezza repentina e intensa, come un brivido di vento sulla pelle sudata dopo una corsa. Si guardò intorno, ma non c'era nessuno. Poi sentì un altro brivido, diverso, più intenso, più netto.
Veniva da dentro.
La porta era aperta, e qualcuno stava cullando il suo cuore tra le mani, mentre il ghiaccio gocciolava a terra. Lui si sentì ubriaco, stordito, in procinto di perdere per sempre l'equilibrio. Non era colpa del cuore. Un cuore che si scioglie non fa male, tutt'altro. Era perché non si era accorto dell'effrazione. Non erano suonati gli allarmi, non c'era stato nessun rumore, nessun preavviso.
Forse significava che quella persona aveva il diritto di trovarsi lì. Sì, ma aveva anche il diritto di sciogliergli il cuore?
"Me lo stai sciogliendo" disse lui, senza riuscire a sembrare seccato quanto voleva.
"Scusa."
"Ora si perderà nel tutto... mi perderò."
"Lui si diluirà nel tutto, ma tu non ti perderai."
Inconcepibile. "No, scusa, non capisci? Non avrò più un cuore."
"Non avrai più un cuore di ghiaccio, è vero."
"E come farò per sapere dov'è il mio cuore, se non potrò più vederlo?"
"Resterò con te. Per sempre."
"Mi aiuterai a vedere il mio cuore?"
"No. A sentirlo."
venerdì, 09 maggio 2008
Un litro di Red Bull in dodici ore, ma quasi non me ne sono accorto. Ho finito la traduzione di un altro romanzo, e a tre cartelle dalla fine mi ha chiamato la mia editor preferita, annunciandomi il successivo incarico. Adoro questo genere di coincidenze.
Sono sveglio da quarantatre ore, e ho un disperato bisogno di dormire. Non so, davvero, perché io sia sveglio a quest'ora, ma ci sono persone che mi aspettano alla fine del giorno, e che non voglio deludere. Sono mezzo milione di battute più stanco, i gatti dormono dopo essersi concessi ogni nefandezza mentre io ero poco attento a loro per questo rush finale, ma da domani il ritmo dei miei pensieri torna più normale. Per quello del mio cuore, temo, non c'è ormai più niente da fare, invece.
martedì, 06 maggio 2008
Disfo la valigia, appena tornato da Barcellona. Sul fondo, sotto ai pantaloni, ci sono due libri che non ho comprato. Due giorni prima, mentre uscivamo da casa sua, Amaiur ha preso in mano quelle due raccolte di Strangers in Paradise, e le ha portate fuori insieme alla spazzatura. «Ho già l'edizione in spagnolo, e lo spazio è quello che è.» Io ho fatto la faccia che mi viene quando qualcuno sta per buttare un libro che non ho letto. Lei ha intercettato la mia espressione prima che cambiasse e mi ha chiesto: «Li vuoi tu?» Ho accettato con piacere.
Ordino un hamburger, sulla Sesta Avenue, dodici anni fa. Non mi ricordo dove. Non propriamente un diner, ma nemmeno un fast food. Sono seduto a un tavolino quadrato, di legno nero, all'ammezzato, e guardo la strada, all'altezza del Madison Square Garden. Ho appena fatto razzia di fumetti da Jim Hanley's Universe, e ho Strangers in Paradise numero 12. C'è dentro il testo di una canzone che mi prende il cuore in una morsa e stringe senza pietà. Ricordo perfino la qualità della luce, di quella sera. Non piango, ma vorrei tanto.
Mi raddrizzo sulla sedia, questa sera, mentre traduco. Mi fermo di colpo, e guardo a colpo sicuro uno dei ripiani della libreria alla mia sinistra. È la libreria dei fumetti indipendenti americani, che visti di costola sono tutti uguali. Mi ricordo benissimo che, dei numeri di Strangers in Paradise che ho, quel fatidico numero 12 è il solo che, misteriosamente, ho perso. Mi sono meravigliato più volte, ripensandoci, di come a volte il solo pezzo veramente significativo di una collezione sia il più incline a perdersi, rompersi, essere rubato. Mi alzo, vado in corridoio, e trovo i due volumi che mi ha regalato Amaiur. Sono gli ultimi due della serie. Quindi c'è dentro il finale della lunga saga di Terry Moore che leggo da quasi quindici anni. Ho una voglia matta di quel finale, che non ho mai comprato. Le storie raccolte nei due volumi partono dal numero 61. Torno in camera mia, mi inginocchio davanti alla libreria. A parte il fatto che forse dovrei (vorrei) rileggere tutta la storia, di quanti numeri sarà il «buco» tra gli albi che ho e quelli delle due raccolte? Scorro con le dita le costole. Con la notevole eccezione dell'albo che mi fece piangere tanti anni fa, ho i numeri dall'1 al 60.
Il battito del mio cuore è seriamente fuori controllo. Sta succedendo qualcosa di magico e meraviglioso. Per un istante, ho l'assoluta certezza che se in questo momento entrassi in quel bar di Manhattan e tornassi all'ammezzato, ritroverei il mio numero 12, accanto al piatto del mio hamburger. Il destino non ha ancora sparecchiato.
lunedì, 05 maggio 2008
Be', è il cuore della notte tra domenica e lunedì, ho sonno, e ho passato gli ultimi tre giorni chiuso in casa a tradurre e ad aggiustare quel che avevo tradotto. Ci sono quasi. Mordo il freno perché sento quanto è ripida la discesa del finale. Nel frattempo parlo di politica, amore e solitudine con le poche persone che hanno la pazienza di insinuarsi nelle erratiche pause del mio lavoro, tengo pulito il mio appartamento, ascolto sconsolato notiziari e coccolo i gatti. Non è una brutta vita, ma in certi momenti il silenzio assorda. A compensare la fatica, più emotiva che fisica, c'è il bottino lessicale degli ultimi giorni. Le cose nuove che ho imparato. Siccome non me lo godo se non lo condivido, eccovelo:
The bee's knees – Di altissima qualità (un'espressione dei fighetti - dapper- degli anni Venti)
Bombination – Ronzio impercettibile
The cat's pajamas – il meglio del meglio (anni Venti anche questa)
to dither – vacillare
Fink – Carogna
to be Four sheets to the wind – Essere ubriaco
to nip at the short dog – Bere dal collo della bottiglia
Penetralia – Le parti più intime e segrete
Pocked – Una bella espressione del 1841. [Pagina] con un'orecchia d'asino.
to Winnow – Fare una cernita
Questa sera dedico il bicchierino della staffa a quanti si godono la lettura di un buon libro quanto io mi godo la fatica di preservarlo nella traduzione, o di trasformare un libro in un quasi-buon-libro con un gioco di prestigio (sleight of hand, visto che sono in vena di didascalismi).
sabato, 03 maggio 2008
Penserete di me che sono un vanesio, ma la questione ha una certa importanza, per il sottoscritto. Cosa porterò sul naso per i prossimi tre anni? Avete votato con precisione, puntiglio ed entusiasmo, e ve ne sono grato. Sono rimaste in lizza due montature, che ieri sono tornato a provare (con la crapa rapata) per farvele rivedere. Solo che ne era arrivata una nuova, bellissima, che ho inserito d'imperio nel novero.

Sperando di non abusare della vostra pazienza, dunque, visto che coinvolgervi nella scelta finale mi sembra coerente con il post dell'altro giorno, vi sottopongo un ultimo quesito: destra, sinistra, o il candidato indipendente?
E bravo il sindaco di Verona. Nel pieno centro della sua città, cinque ragazzotti locali riducono in fin di vita un tale colpevole di non aver offerto loro una sigaretta, e lui dice che "Succede in un caso su un milione. Sono fenomeni endemici, a prescindere dal controllo del territorio." Nel frattempo, però, a Montegrotto Terme, il sindaco, per l'ennesima volta, usa i cartelli elettronici della viabilità per lanciare invettive contro gli immigrati clandestini, dei quali ora dice che "possono stuprare i vostri figli. La giustizia non c'è più!".
Ora. A parte che non sono contento che qualcuno sprechi energia e strutture pubbliche per diramare messaggi che la collettività non ha avuto modo di approvare e che non costituiscono informazione, e fermo restando il fatto che è una vergogna che un compevole di reati sessuali venga scarcerato anzitempo per un cavillo, il messaggio composito che viene da questi due fatti giustapposti è il seguente: se si tratta di immigrati, insaponiamo le corde. Se si tratta dei nostri ragazzi, fatevi i cazzi vostri.
Il mio insegnante di Storia dei Movimenti e Partiti Politici, il geniale professor Paladini, diceva che il federalismo è una forza endemica nel tessuto sociale, e che l'eterodossia dei popoli è la forza propulsiva di ogni conflitto. Ora, però, a Roma, della quale penso a giorni alterni ciò che pensava Alberto Fortis, c'è un nugolo di persone che intendono demonizzare qualsiasi azione criminosa commessa da stranieri, e nel contempo sfumare su quelle commesse dai loro corregionali, che se il sospettato è terrone, allora vuol dire che è colpevole, giusto? Ca va sans dire.
Sono schifato di essere veneto. Ma almeno, io, non ho votato per loro.
Sono ancora giorni d'inquietudine, di poca serenità, di rapporti tesi con il mondo. Invidio quanti riescono a spegnere le proprie emozioni per lavorare, usando il proprio mestiere per guarire dai mali del cuore. Click! In inglese accendere un interruttore si dice to throw a switch. Un verbo drammatico, dinamico, per niente scontato. Infatti lavorare, quando la mente ha altro per la testa, è davvero difficile.
Allora conto le mie benedizioni, e mi rendo conto che non devo dare per scontate diverse cose belle successe di recente.
Sono riuscito ad acquisire i diritti italiani di un fumetto al quale davo la caccia da tre anni. Uno dei miei preferiti. E il mio premio è che lo tradurrò io.
Ho conosciuto una persona che non credevo nemmeno esistesse.
Ho visto il film dedicato al supereroe cui devo la mia passione per i fumetti (post apposito in arrivo), con uno dei miei migliori amici, nei posti migliori di una delle sale più grandi d'Italia, nel primo giorno di programmazione.
Mi hanno chiesto di intervistare Robin Cook per Radio Due Rai.
Sto lavorando a qualcosa di profondamente bello, e lo sto facendo con tutta la cura che alla mia anima serve per dormire la notte.
Due fieri felini si occupano di me, assicurandosi che non resti troppo a lungo da solo, mentre io cesello parole.
Insomma, sono stanco, dubbioso, provato e meno sognatore di un anno fa. Ma sono ancora qui, e il gioco vale sempre la candela.
Ecco. In una pausa dai post più significativi, volevo dire ad alta voce questo. Non sono stanco di giocare. Non sono stanco di sognare.
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