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sabato, 21 novembre 2009
Una volta l'anno, compro una bottiglia di Beaujolais Nouveau. Lo so che non è vino, lo so che i puristi storcono il naso e che tra settimane sarà imbevibile, ma mi fa allegria. Mi ricorda quando me ne parlava mio padre, quando aspettavo che all'Antico Pallone esponessero il cartello Le Beaujolais est arrivé.
E così per un giorno su sette niente Red Bull, ma red wine. Mentre la pentola del ragôut è sul fuoco e l'acqua delle tagliatelle ancora non è giunta a ebollizione. Per un giorno a settimana vado lento. Così non mi pesa di lavorare forse più ancora che in un giorno feriale – un effetto collaterale legato al fatto di stare con una donna che lavora in televisione... e quindi anche al sabato – e non ho la sensazione di fare più di quanto una persona sola dovrebbe e potrebbe fare.
Buon sabato, a voi che non dovete produrre nient'altro che sorrisi. E buon sabato a quanti lavorano. C'è gioia nei nostri gesti, non dimenticatelo mai.
venerdì, 20 novembre 2009
«ProntoMichelesonoTiziadellacasaeditriceTalDeiTalitipregononriattaccare.»
Sorrido. Si vede che le hanno raccontato perché avrei motivo per darle il telefono in faccia dopo aver menzionato il nome dell'editore per cui lavora.
Mi propone un libro. Interessante. Ci penso su per una notte e un giorno. Ottengo il prezzo che voglio, di lavorarci insieme a un amico e collega che sarà opportunamente accreditato, e nel frattempo fonti autorevoli mi spiegano che la persona che ha chiamato è probabilmente la migliore che lavori in quell'ufficio.
E penso: Sun Tzu dice che bisogna sedersi sulla riva del fiume e attendere il passaggio del cadavere del proprio nemico. Questa è la sua idea di vendetta. Io, certi giorni, ho la sensazione che se mi siedo in riva a un fiume l'universo uccida automaticamente un mio nemico e me lo faccia galleggiare davanti, così, per sollazzarmi.
Ma sono felice soprattutto di non dovermi vendicare, di non aver riattaccato, e di essere una volta di più quello che può fare piccoli miracoli per quegli editori che hanno bisogno di un libro fatto bene in poco tempo. Erano mesi che volevo togliermi di mezzo tutte le distrazioni, sedere a questa scrivania e lavorare bene, e basta. E ora posso farlo, devo farlo, lo sto facendo. Attorno ad aprile dell'anno prossimo, aprendo le novità in libreria, penserete che io sia ubique.
mercoledì, 18 novembre 2009
Non è da tutti, lo so, ma io mi riposo anche facendo più corse del solito.
Arrivare a Bruxelles e scoprire che non piove è sempre delizioso. Tornare in una brasserie che amo e mangiare un chilo e mezzo di cozze cotte nel vino bianco è stato come reclamare un tributo a lungo dovuto, e il pomeriggio nel quartiere delle cioccolaterie un giusto prosieguo a un lunedì cominciato di fretta e bisognoso di serenità.
A una certa ora ce ne siamo andati nella mia fumetteria preferita al mondo, e per puro caso abbiamo trovato il mio amico Charles Berberian. Era venuto a moderare (fomentare, secondo comuni amici) il dibattito tra due fumettisti israeliani, Shay Charka e Uri Fink, l'uno favorevole alla cessione dei territori alla Palestina, l'altro contrario. Non ci siamo andati, ma ho pensato a Charles, mezzo armeno, nato in Iraq e cresciuto in Libano, che cercava di dare senso a quella conversazione. Fossi stato meno stanco, giuro, non me lo sarei perso.
Invece siamo andati a mangiare da Vincent, un ristorante tipicamente brussellese, per entrare nel quale si passa dalle cucine. Croquettes de fondue de deux fromages e terrine de gibier come antipasti, demi rognon e carbonnate brusselloise come secondi, banana flambé in crema di Grand Marnier come dessert. E poi nanna, meritata e profonda, anche perché il mattino seguente siamo andati fino a Louvain-la-Neuve.
Cittadina secessionista, fondata dagli accademici francofoni quando Louvain (Lovanio) decise di rendere solo fiamminga la rinomata università locale, Louvain-la-Neuve è costruita su una specie di disco-palafitta di cemento. È moderna, ma graziosa, popolata quasi solo da diciotto-trentenni, e appena oltre il limitare del disco, dal lato della stazione ferroviaria, c'è il magnifico Musée Hergé, dedicato all'eroe nazionale Georges Remi, il creatore di Tintin.
Il museo è arioso, colorato, architettonicamente audace e culturalmente ricco, piacevole, sereno. Le audioguide sono palmari touch screen che raccontano vita, morte e prodigi dell'uomo cui tutto l'edificio è dedicato, e siamo usciti dall'esperienza profondamente soddisfatti, ma non tanto sazi da rinunciare, tornati in città, a una mitraillette de pitta e a un'ennesima carbonnade alla famigerata Maison Antoine, il chiosco di patatine più famoso e celebrato del mondo.
Io sono caduto sulle scale mobili della stazione Schumann, cercando di risalirle contromano per timbrare un biglietto, e ora ho una caviglia gonfia. Ben mi sta.
Al momento di salire sull'autobus verso l'aeroporto, sono cadute le prime gocce di pioggia. Perfetto.
Il volo mi è costato quattro euro per due persone. I ricordi sono già inestimabili.
domenica, 15 novembre 2009
Trasporti
Prima o poi divento ricco. Giusto quanto basta per avere un eccesso di liquidità da investire in qualche causa no profit. Finanzierò una campagna di affissioni nella metropolitana di Milano. I cartelli, sobri e semplici come si conviene a una pubblicità progresso, diranno semplicemente a caratteri cubitali: SE NON SCENDI PER ALTRE DIECI FERMATE, NON STARE DAVANTI ALLE PORTE, PORCALOUISE VERONICA CICCONE!
Consulenze
Ho diverse amiche che mi chiedono consigli sugli uomini, mediamente stronzissimi, che frequentano. Nessuna di loro ha più l'età per apprezzare i simpatici guasconi, ma questo non impedisce loro di iniziare torride relazioni di sesso che, nella loro testa, dovrebbero diventare tenere storie d'amore. Il loro desiderio ha i tempi di dimezzamento radioattivo di certi isotopi del Cesio. L'interesse nei loro confronti di quegli uomini, invece, ha la data di scadenza dello yogurt del discount. Il fatto è che una rondine non fa primavera, e una bella scopata non è amore. Ma cuore, vagina e cervello vanno in corto circuito, e di solito sono io quello che deve spiegarlo gentilmente. È un lavoro da artificiere. Tagliare il filo che collega il detonatore alla fonte d'energia senza far saltare l'esplosivo. Disinnesco fighe al telefono. Che mestieraccio.
Ospitalità
Attiva e passiva. Nei trenta giorni tra il tredici ottobre e il dodici novembre ho dormito cinque notti in un istituto religioso in Germania, due in un convento in Toscana; nel mezzo ho portato in giro sei americani guidando un pulmino e ho accolto tre canadesi a Milano, facendo vedere loro la città. Ho anche tradotto due libri e innumerevoli fumetti, cenato fuori ventisei sere su trenta e fatto le pulizie ogni qualvolta stavo a casa più di tre ore. Ho cucinato una cena per undici persone, sono rincasato oltre l'una di notte dieci sere su trenta e non ho panni da stirare: sono in pari con la burocrazia domestica. Se torno a nascere faccio il camionista. Mi sposterò sicuramente di meno.
Pazienza
Tutti i miei fornitori abituali di questa preziosa sostanza sono rimasti a secco. E sì che credevo di essere uno dei pochissimi clienti abituali, visto che è decisamente qualcosa di demodé e poco diffuso. Eppure ho provato a evocarla in ufficio e per la strada, nei negozi e sui mezzi, al telefono e sui social network, ma mi devo arrendere all'evidenza: la pazienza è finita.
Viaggi
Domani e martedì saremo a Bruxelles. Parte dei miei regali di compleanno per Cate. Mica per niente, lo sanno tutti che i mesi in -mbre sono quelli migliori per le cozze bretoni. Poi, per un po', starò fermo. Ci sono cose da organizzare e altre da riorganizzare, e a parte andare a trovare la mia famiglia, non prevedo spostamenti importanti per qualche mese.
Nuovi inizi
L'immagine di questo post è l'ultima tavola originale che ho comprato. È disegnata dal mio amico Cliff Chiang, e raffigura Christopher Chance, il Bersaglio Umano. Appena incorniciata, intendo appenderla sopra alla mia postazione di lavoro. Perché è così che voglio che mi veda questa nuova stagione: adattabile, imprevedibile e dannatamente preciso.
domenica, 08 novembre 2009
Una tragedia. Non so come sia potuto succedere. È finito il caffè. Di domenica. Cioè, se voglio berne uno dopo pranzo, dovrò andare al bar. E piove. Ma ci andrò lo stesso.
È un segno dei tempi. Da prima di Francoforte, non ho avuto un solo giorno per me. Solo ora, appena finito di tradurre un romanzo di Jeffery Deaver, comincio a riprendermi tempo e spazio. Ho lavato il piumone, ché è tempo di usarlo. Ho comprato calzini nuovi, parte del mio Programma di Rinnovamento Progressivo Calzini, che prevede l'acquisto di un paio a settimana finché non avrò sostituito e buttato tutti quelli usurati. Ho anche deciso, coraggiosamente, che nel 2010 rinuncerò ad Angoulême. In primo luogo perché mi pare che neanche Angoulême abbia voglia di esserci, e poi perché proprio non ce la faccio a fare una fiera internazionale a fine gennaio, quando a metà marzo ne avrò una negli Stati Uniti. Ho bisogno di quiete, di lavoro sereno, intenso e metodico, e di cominciare le nuove sfide che mi sto creando. Stasera, lo prometto, compro il caffè. E domattina, con un po' di fortuna, ci sarà il sole.
Onward.
martedì, 03 novembre 2009
Non mi fido delle cose troppo serene. Mi fido di te. Socia, suggeritore, amore, primadonna, grande gourmande, casinara, detentrice della Risata Fanciullesca, ricostituente per sogni atrofizzati, perfetta compagna di viaggio, amore l'ho già detto? Dopo un anno, ho la sensazione che abbiamo appena cominciato, e in ogni momento in cui avrei potuto gettare la spugna, tu sorridevi. Per questo sono ancora qui. Che saremmo stati insieme era, per me, più certo del fatto che sarei stato vivo. Un anno dopo, ti amo da un anno.
(Ovviamente questo post è in ritardo, ma in fondo abbiamo festeggiato San Valentino a Marzo, no?)
martedì, 27 ottobre 2009
L'infanzia è un pugno nella memoria. Più te ne allontani, più è difficile trovare accettabili ciò che eri e il tuo ruolo nell'universo a quei tempi.
Spike Jonze lo sa, e per il suo nuovo film non ha giocato con i suoi soliti metodi narrativi. Ha preso una delle più amate, meno rassicuranti favole di tutti i tempi, e... si è reso conto che durava quaranta pagine appena, con meno di una cartella di testo. Così ha parlato con Dave Eggers.
Ora, ogni paese ha e si merita il suo Baricco, e quello americano è Eggers. Il solo modo per impedirgli di dilagare e raccontare, in essenza, solo di sé, è dargli una missione. Che nel caso di Nel paese delle creature selvagge è scomporre un'infanzia in fattori primi, attribuire a ciascuna forza il volto di uno dei mostri della favola di Sendak, e costringere il piccolo Max ad affrontare in prima persona ogni aspetto della propria personalità di bambino, fino a trascendere il senso dell'avventura immaginaria che sta vivendo. Perché quando ti stai guardando allo specchio, diciamocelo, ti scordi della stanza che c'è intorno.
Due sono le cose che faranno innervosire alcuni spettatori adulti: che non sia detto chiaramente se Max sia un bambino problematico e che non si capisca nettamente se la sua avventura si immaginaria.
Per dire, ieri sera, uscito dal cinema, un ragazzo con le scarpe di Prada ai piedi e l'aria di quello che ne sapeva ha detto alle sue amiche: «Quando Carol torna dentro e legge la scritta, è la prima scena che non vediamo attraverso gli occhi del bambino. Mi sono sentito stuprato!»
Ma la verità è che non importa, e che se vi attaccate a queste cose vi siete dimenticati i bambini che siete stati. Bambini che si sentivano non problematici, ma speciali, e che sapevano che c'era una differenza tra reale e immaginario, ma la cosa semplicemente non li riguardava.
A tre file da me, in sala, c'era il signor Mereghetti, il critico del Corriere. Per fortuna non mi conosce, e per fortuna non ha visto che negli ultimi dieci minuti ho pianto senza sosta, a calde lacrime, come non mi succedeva da tempo.
Nel 1940 Thomas Wolfe ha detto che tutto ciò che fai e vivi ti cambia tanto che "tornare a casa è impossibile", e vedere Max puntare la sua barchetta verso casa proprio quando ha imparato a capire e accettare quei mostri che sono parte di lui, me l'ha fatto invidiare. Perché solo alla sua età si può voltare le spalle a una parte tanto importante di sé e non smettere di essere bambini.
Il resto di noi ogni tanto va al cinema, e si ricorda com'era, a quei tempi.
domenica, 25 ottobre 2009
Quando la mia mente si attrezza per una lunga tirata di lavoro, me ne accorgo dal modo in cui scrivo la parola "Perché". La mente si impone sulla mano, le fa premere shift prima del tempo, e così per assicurarsi di avere l'accento acuto a fine parola, mi fa scrivere "PercHé". Ieri l'avrò fatto cinquanta volte. Oggi, con questo post in mente, ci sto più attento.
Da mercoledì a domenica i miei ritmi vitali saranno stravolti dalla solita grande fiera del fumetto autunnale. È il dodicesimo anno che ci vado, e per fortuna le mie mansioni non mi impongono più di fare lo standista, anche se sono ancora piuttosto bravo a vendere fumetti ai clienti più riluttanti. Nel mezzo però la vita continua, così nei prossimi tre giorni finirò e consegnerò questo romanzo di Jeffery Deaver e mi occuperò di alcune altre cosette essenziali e irrinunciabili, non tutte lavorative. Ieri sera sono uscito di casa, dopo una giornata intensa di lavoro, estremamente soddisfatto per il numero di pagine che riesco a tradurre quando il mondo mi lascia in pace. Sto ricominciando a vivere il caffè come un piacere, e non più come una necessità e, anche se credo che i miei ritmi sembrerebbero terrificanti ai più, ricomincio lentamente a sentirmi sereno.
Mi rimetto al lavoro. Sorrido. Vorrei che capiste quanto bene ti fa stare, fare tutta la fatica possibile, non un erg di più, e addormentarti pregustando quella del giorno dopo.
venerdì, 23 ottobre 2009
Quella in primo piano è una birra Kwak, la mia preferita. Quello sullo sfondo sono io. L'oggetto nel mezzo è il trentaquattresimo albo delle avventure del guerriero gallico - che la birra la chiama cervogia - da me tradotto, da ieri nelle librerie di tutto il mondo. A fare la foto, ieri sera, in una brasserie belga nel cuore di Milano - uno dei posti che a Cate e a me più piacciono - è stata la persona che si è fidata di me per quella traduzione.
Nel mezzo delle corse tra Francoforte e Lucca, mentre organizzo il 2010 professionale e cerco di non perdere il controllo del 2009 umano ed emotivo, è stato bello trovare riparo dal freddo, celebrare tra amici il compiersi di un lavoro difficile e prestigioso, e sorridere delle sfide che verranno. Ho deciso che voglio festeggiare un traguardo al mese, d'ora in avanti. Ma non temete, non ve li racconterò proprio tutti.
mercoledì, 21 ottobre 2009
Piove, e ho molto da fare.
Arriva l'autunno, a strati, a temi, a rate, e io ho penso ai romanzi da tradurre nel nuovo anno. Un Preston,
mezzo Zadoorian,
un Suarez,
un Deaver,
un Fante,
tre Clancy.
Il conto delle pagine l'ho fatto, ora cercherò di dimenticarlo, o potrei non avere la forza.
Intanto, oggi, mi arrivano le copie di questo. Non è arte, ma mi è venuto bene. Perché scrivere come un duro è divertente, perché ho dovuto aggiornare le armi e le tecnologie, perché mi pagano per far precipitare shuttle, tendere agguati, compiere gesta eroiche e portare a termine missioni pericolose. Questa tastiera è il solo giocattolo che vorrò per il resto della vita.
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